GLI INVISIBILI DELLA POLITICA

Scritto il 17 ottobre 2009

“Se la stabilità lavorativa torna ad essere considerata un valore, anche dalla destra al governo, ribadisco la mia posizione, da sempre chiara e inequivocabile: assicurare, nel rispetto della legge, un futuro a quelli che io chiamo “gli invisibili della politica”, coloro cioè che lavorano nelle segreterie dei consiglieri”. A dichiaralo è Enrico Luciani, consigliere di Sinistra e Libertà alla Regione Lazio.

 

“Mogli e figli nelle segreterie politiche della Pisana, come denunciato da un noto quotidiano romano giorni fa, fanno giustamente notizia, come è giusto rimarcare le differenze con chi, invece, sceglie i propri collaboratori secondo criteri differenti.

La questione in oggetto comunque merita attenzione e andrebbe affrontata sotto un’altro punto di vista: quello sullo stato di precarietà in cui versano questi lavoratori. Persone dalla professionalità comprovata, oggi nominati per un massimo di 5 anni su richiesta del consigliere di turno, ma indispensabili allo svolgimento dell’attività politico/amministrativa di tutti gli enti. Se pensiamo alla Regione Lazio per esempio, sono proprio queste persone, precarie per anni e senza alcuna forma di tutela e garanzia sul futuro, che con il loro lavoro preparano quel materiale, leggi, emendamenti, mozioni, ordini del giorno ecc, che sono il vero oggetto di discussione nei Consigli.”

Io ritengo urgente- continua Luciani- una stabilizzazione che non ha nulla a che vedere con il clientelismo, ma che trova le sue ragioni nella professionalità maturata da queste persone. E’ paradossale infatti che i collaboratori delle segreterie, così legati al processo decisionale e legislativo, non abbiano la minima sicurezza di continuità e che, allo scadere della legislatura, creino un vuoto nel funzionamento amministrativo tale per cui servono mesi per colmarlo.”

 

“Vi sono evidenti vantaggi – conclude Luciani- nello scegliere questa via: in primo luogo una razionalizzazione delle risorse umane, che fa leva su professionalità comprovate e che hanno avuto modo di sviluppare esperienza nell’amministrazione, in secondo luogo l’interruzione di un processo legato alla politica che definirei come “fabbrica di precariato”, in ultimo rappresenterebbe un segnale vero e non di facciata contro la precarietà; il coraggio insomma di spezzare un ciclo consolidato.”