GLI INVISIBILI DELLA POLITICA
“Se la stabilità lavorativa torna ad essere considerata un valore, anche dalla destra al governo, ribadisco la mia posizione, da sempre chiara e inequivocabile: assicurare, nel rispetto della legge, un futuro a quelli che io chiamo “gli invisibili della politica”, coloro cioè che lavorano nelle segreterie dei consiglieri”. A dichiaralo è Enrico Luciani, consigliere di Sinistra e Libertà alla Regione Lazio.
“Mogli e figli nelle segreterie politiche della Pisana, come denunciato da un noto quotidiano romano giorni fa, fanno giustamente notizia, come è giusto rimarcare le differenze con chi, invece, sceglie i propri collaboratori secondo criteri differenti.
La questione in oggetto comunque merita attenzione e andrebbe affrontata sotto un’altro punto di vista: quello sullo stato di precarietà in cui versano questi lavoratori. Persone dalla professionalità comprovata, oggi nominati per un massimo di 5 anni su richiesta del consigliere di turno, ma indispensabili allo svolgimento dell’attività politico/amministrativa di tutti gli enti. Se pensiamo alla Regione Lazio per esempio, sono proprio queste persone, precarie per anni e senza alcuna forma di tutela e garanzia sul futuro, che con il loro lavoro preparano quel materiale, leggi, emendamenti, mozioni, ordini del giorno ecc, che sono il vero oggetto di discussione nei Consigli.”
Io ritengo urgente- continua Luciani- una stabilizzazione che non ha nulla a che vedere con il clientelismo, ma che trova le sue ragioni nella professionalità maturata da queste persone. E’ paradossale infatti che i collaboratori delle segreterie, così legati al processo decisionale e legislativo, non abbiano la minima sicurezza di continuità e che, allo scadere della legislatura, creino un vuoto nel funzionamento amministrativo tale per cui servono mesi per colmarlo.”
“Vi sono evidenti vantaggi – conclude Luciani- nello scegliere questa via: in primo luogo una razionalizzazione delle risorse umane, che fa leva su professionalità comprovate e che hanno avuto modo di sviluppare esperienza nell’amministrazione, in secondo luogo l’interruzione di un processo legato alla politica che definirei come “fabbrica di precariato”, in ultimo rappresenterebbe un segnale vero e non di facciata contro la precarietà; il coraggio insomma di spezzare un ciclo consolidato.”
